127 ORE – 90 minuti di grande cinema

127 ORE (USA, 2010)

Un film di Danny Boyle

Con James Franco

127 ore ovvero 90 minuti di grande cinema. L’ultimo film di Danny Boyle ha sorpreso proprio tutti; un po’ perchè dopo i fasti e i molti Oscar vinti con “The millionaire” ci si aspettava altro da questo regista (che per dedicarsi a questo progetto ha rifiutato persino il nuovo episodio di James Bond), e un po’ perchè di fatto era difficile immaginare su grande schermo la vera storia dell’alpinista Aron Ralston, rimasto bloccato in un crepaccio per quasi una settimana.

La storia è semplice; come ogni week and lo spavaldo Aron, decide di passare una giornata solitaria praticando biking e trekking, nel Blue John Canyon nello stato dello Utah. Sicuro di sè e della sua abilità non avvisa nessuno su quale sia la sua destinazione. Ma purtroppo gli incidenti capitano anche ai migliori e ai più esperti. Scendendo con disinvoltura lungo un crepaccio un grosso masso viene accidentalmente smosso e precipitando finisce per schiacciare il braccio destro di Aron, da quel momento quindi impossibilitato a muoversi. Da qui partono le 127 ore a cui fa riferimento il titolo. La strenua lotta per la sopravvivenza si alterna alle visioni e ai sogni che il protagonista partorisce dal profondo dirupo in cui è caduto. Con una scarsissima quantità di cibo e soltanto una borraccia di acqua, per salvarsi la pelle il prezzo da pagare sarà davvero alto; con un coltellino di infima qualità arriverà a compiere un’azione estrema, recidersi il braccio per potersi liberare e risalire cosi’ l’angusto crepaccio.

Un montaggio frenetico, il ritmo incalzante e le musiche ad altissimo volume presenti per quasi tutta la durata della pellicola rendono ancora più ansiogena ed adrenalinica la visione di questo film e Danny Boyle vince la scommessa dando l’impressione allo spettatore di vedere un vero e proprio action movie pur ambientando il tutto in un unico luogo e con un solo protagonista. La performance di James Franco nei panni dell’alpinista è davvero notevole e conferma le sue grandi capacità attoriali.

Se “The Millionaire” era riuscito a portare a casa ben otto Oscar, le sei candidature di 127 ore non sono servite a Danny Boyle ad avere altre statuette. Poco male. Perchè forse questo film più di altri ha dimostrato la grande capacità del regista di passare con disinvoltura da un genere all’altro senza sbagliare un colpo.

127 ore è un grande film per molti motivi come avete potuto capire, ma c’è né uno in particolare che vale la pena sottolineare; questo film ci fa riflettere su quanto l’uomo vuole bene a sé stesso, osservando da vicino la storia di Aron ci possiamo rendere conto di cosa potremmo essere disposti a fare pur di salvarci la vita, cose che non crederemmo mai di poter fare..

CASSAVETES, LA MALATTIA E I LUOGHI COMUNI

LA CUSTODE DI MIA SORELLA (USA, 2009)

regia di Nick Cassavetes con Cameron Diaz, Alec Baldwin

A volte succede di trovarsi spettatori di film non certo belli, che non brillano per i dialoghi, con sceneggiature a dir poco superficiali e piene di forzature; ma talvolta spetta proprio a questi film sollevare annose questioni, ed è guardando queste pellicole che ci troviamo a riflettere su argomenti scomodi, tabù, problemi sociali.

Mi è capitato ad esempio, guardando La custode di mia sorella, un film del 2009 diretto da Nick Cassavetes e interpretato, tra gli altri, da Cameron Diaz, Alec Baldwin e la piccola, straordinaria Abigail Breslin.

Il film tratto dall’omonimo romanzo di Jodi Picoult racconta la storia di una ragazza, affetta sin dall’infanzia da una gravissima forma di leucemia, i cui genitori al fine di “salvarla” prendono la decisione di avere una figlia in provetta; una figlia che tramite operazioni, trasfusioni, iniezioni e interventi chirurgici, verrà sempre utilizzata per contrastare l’avanzamento della malattia della sorella maggiore. Tutto questo fino a quando l’undicenne bambina-cavia per la quale si prospetta un trapianto di rene, decide di ribellarsi e far causa ai propri genitori per ottenere l’emancipazione medica e il controllo totale del proprio corpo. Anche se la verità si scoprirà poi essere un’altra.

Il tema è delicato e il film non lo tratta con la dovuta cura e intelligenza. Il regista sguazza nei luoghi comuni, nel dolore e nelle facili emozioni assestandoci un pugno nello stomaco. Non ci viene risparmiato nulla, la trasformazione corporale della figlia affetta, la morte del fidanzato di lei, anch’esso malato terminale conosciuto proprio nell’ambiente ospedaliero, sino ad arrivare agli ultimi giorni di vita della protagonista stessa, le lacrime della sorellina, e quelle della madre. L’unica nota positiva in tutto questo è l’elemento meno atteso, la scelta di Cameron Diaz, abituata alle commedie, che non sfigura affatto interpretando il personaggio del genitore in un film dai toni drammatici.

Nonostante questa negatività in merito alla realizzazione, il film ci pone dinnanzi a seri quesiti morali; la modifazione delle cellule pre-natali e il loro utilizzo, e soprattutto l’accanimento terapeutico. Sia pur raccontando una storia con un inzio e una fine ben precisi, “La custode di mia sorella” non dà, non può dare nessuna risposta in merito a tali questioni. Del resto, chi può farlo? Il dibattito è ancora aperto, apertissimo. Però mi piace pensare che un film cosi sciatto, opaco e “difettoso”, possa porre la nostra attenzione su temi cosi seri, scottanti ed attuali, troppo spesso dimenticati.

Malgrado tutto, è un buon inizio.

ADDIO, MAGHETTO.

Qualche settimana fa sono andato al cinema, per assistere come già han fatto in molti ad “Harry Potter e i doni della morte – parte 2”, il capitolo finale, quello definitivo. L’attesa e la curiosità unite al rammarico di sapere che tutto stava per terminare era quello che provavo prima della visione del film. Mai come in questo caso non hanno senso le recensioni e le stellette della critica, non importa che i film di Harry Potter non siano “da Oscar”. Quel che conta è altro; quel che conta è che da dieci anni a questa parte Harry, Hermione, Ron e tutti gli altri personaggi della saga ci hanno tenuto compagnia, li abbiamo visti crescere, siamo cresciuti insieme a loro e ci siamo affezzionati alle loro storie. E dieci anni non sono pochi.

In tutto questo tempo quella combriccola di maghi, maghetti, insegnanti di magia, elfi, folletti e signori oscuri sono entrati nell’immaginario collettivo, un non-luogo a cui molti aspirano ma a cui pochi, pochissimi riescono ad approdare.

Attraverso tutti questi anni i piccoli bambini del primo episodio sono diventati adulti, e le loro paure si sono evolute facendo in modo che quella che iniziò come una saga fantastica ed avventurosa per famiglie si sia trasformata via via in un horror cupo ed inquietante.

Il cinema è un arte dalle mille sfaccettature; tra le varie funzioni che ha, quella di far librare la nostra fantasia è una delle più sottovalutate, eppure è una funzione primaria, fondamentale.

Il cinema è un luogo dove abbiamo la possibilità di estraniarci dal nostro mondo ed entrare in altri mondi, e la forza della saga Potter ci ha permesso di farlo.

Qualche settimana fa sono andato al cinema a vedere “Harry Potter e i doni della morte – parte 2”. Qualche settimana fa, a suo modo, è come se fosse terminata un epoca. Addio, maghetto.