TUTTO PUO’ CAMBIARE

TUTTO PUO’ CAMBIARE (USA, 2013)

Un film di John Carney

Con Mark Ruffalo, Keira Knightley e Adam Levine

Deluso e amareggiato dai film recentemente visti in sala (tra cui spicca l’orrido e per nulla divertente “Un milione di modi per morire nel West”), ieri sera ho finalmente avuto una piccola rivincita andando al cinema a vedere Tutto può cambiare, deliziosa, piccola pellicola diretta da John Carney e interpretata dall’ottimo Mark Ruffalo (attore inspiegabilmente ancora poco popolare, almeno qui in Italia) e dalla brava e bella Keira Knightley che qui scopriamo anche ottima cantante.

Dopo aver visto il film la prima domanda che mi sono fatto è stata Ma perchè non sono corso a vederlo prima, invece che perdermi tra fracassoni film fantafilosofici come “Lucy” o film comici che di comico han ben poco come “Un milione di modi per..”?? Davvero bella domanda.. Sarà che l’elemento principale di questo film è la musica e io l’avevo semplicemente escluso in quanto non ne sono un grande appassionato? Può essere, ma mi sbagliavo.

Il film narra le vicende di Dan, produttore discografico dal glorioso passato ma dal presente disastroso, che sbattuto fuori dalla società discografica da lui stesso fondata, incontra casualmente in un locale una ragazza che suo malgrado viene “costretta” ad esibirsi sul palco cantando un suo pezzo. E improvvisamente ecco arrivare l’illuminazione; perché quella giovane donna reticente e senza alcuna ambizione è davvero brava e ha tutte le carte in regola per sfondare. La diffidenza iniziale di Greta nei confronti di Dan lascia presto spazio ad una rapporto di collaborazione e di grande fiducia, che li porterà a realizzare un progetto davvero originale; la mancanza di fondi viene compensata infatti da una grande idea, realizzare un intero album, coinvolgendo musicisti squattrinati trovati qua e la, senza nessuno studio di registrazione o sale di incisione, ma sfruttando qualsiasi spazio che una città come New York può offrire. Ed ecco che ogni vicolo, ogni ponte, persino i sotterranei della metropolitana diventano l’ideale scenario per una sfida che sembra quasi impossibile, ma che porterà a dei risultati imprevedibili.

Non c’è dubbio che in questo film a fare la parte del leone sia (oltre alla musica, ovviamente) Mark Ruffalo, attore troppo a lungo sottovalutato, perfetto nel dare profondità e spessore ad un personaggio ricco di passione ma anche di grandi tormenti interiori, dovuti ad una vita privata costellata da delusioni, un matrimonio miseramente fallito, i difficili rapporti con la figlia e scelte lavorative sbagliate che lo hanno ridotto sul lastrico. L’attore appare stropicciato come non mai, ma dai suoi occhi traspare il fuoco della passione che il suo personaggio nutre per la musica e il grande amore per la sua professione.

L’irlandese John Carney, oltre che registra anche sceneggiatore, si dimostra abile a non scivolare nei facili sentimentalismi, e non prelude mai ad una situazione amorosa tra i due protagonisti, i cui sentimenti, mai esplicitati, vengono lasciati sottintendere agli spettatori attraverso le parole delle canzoni che si possono ascoltare durante lo scorrere del film.

La bellezza dell’opera sta anche in questo; riesce ad essere romantico pur non essendoci storie d’amore, riesce ad essere divertente pur non essendo propriamente una commedia, ci sono tante canzoni pur non essendo un musical. E’ un delicato mix di generi, altri registi avrebbero potuto fallire clamorosamente proponendoci un cocktail indigesto.. Ma fortunatamente in questo caso, non è andata cosi’.

Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto..

IL CAPITALE UMANO (ITALIA, 2014)

Un film di Paolo Virzi’

Con Fabrizio Gifuni, Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Luigi Lo Cascio

Dopo che Il capitale umano ha inaspettatamente incassato oltre cinque milioni e mezzo di euro al botteghino e fresco della vittoria al David di Donatello 2014 come miglior film dell’anno, il regista livornese Paolo Virzi’ può ben dirsi soddisfatto di quella che è certamente una delle sue opere più ambiziose e riuscite. E non era un risultato scontato, visto che per portare sullo schermo il romanzo dell’americano Stephen Amidon, Virzi’ ha dovuto abbandonare i toni a lui congeniali della commedia, di cui è maestro, per addentrarsi in territori più cupi ed insidiosi. Spostando l’ambientazione dai sobborghi del Cunnecticut alla Brianza, il regista firma un noir dal ritmo serrato, grazie anche all’efficace scelta di suddividere il film in capitoli, ognuno di essi dedicato ad uno dei personaggi principali della vicenda. Dino, immobiliarista sull’orlo del fallimento, vede nell’adolescenziale fidanzamento della figlia Serena con Massimiliano la possibilità di entrare nelle grazie della ricca famiglia Bernaschi, magnati dell’alta finanza. Sullo sfondo, un misterioso incidente notturno, nel quale un uomo che in bicicletta rientrava da lavoro rimane sospeso tra la vita e la morte. Ogni capitolo da modo allo spettatore di capire il personalissimo punto di vista dei vari protagonisti in merito alle vicende narrate; ma è soltanto al termine della pellicola che il perfetto meccanismo ad orologeria innescato da Virzi’ rivelerà la verità sull’intricata vicenda.

Il cast è perfetto, e più che meritati i premi ricevuti da Valeria Bruni Tedeschi per l’interpretazione della ricca e insoddisfatta signora Bernaschi, più di una volta costretta a dover chiudere gli occhi di fronte alle misteriose speculazioni finanziarie del marito (Fabrizio Gifuni) che cerca in tutti i modi di tenerla all’oscuro di tutto. Altra nota di merito va a Fabrizio Bentivoglio, il suo Dino non è altro che un cinico arrivista cui sono andati male gli affari, che senza porsi troppi scrupoli non esita a trascurare le esigenze della propria famiglia ed in particolar modo la serenità della moglie in dolce attesa (Valeria Golino) per poter entrare a far parte dell’ambitissimo “giro che conta”. Accanto a questo cast stellare ed affiatato troviamo un bel gruppo di giovani attori esordienti o quasi, tra cui spicca il bravo Giovanni Anzaldo, che interpreta un ragazzo sensibile e disturbato, amico di Serena.

Nulla è come sembra ne Il capitale umano, e con il pretesto del noir Virzi’ disegna un ritratto spietato e beffardo della società italiana, che colpisce trasversalmente tutte le classi sociali; una società in cui i veri valori della vita sono stati seppelliti da quelli ben più effimeri del denaro facile e del successo.

Avete scommesso sulla rovina di questo paese, ed avete vinto..”

I FANTASTICI CINQUE DEL 2012

Le idee intorno al cinema sono state in sala soltanto trentatre volte nel corso del 2012; e certamente sono molti i film che avrebbero meritato la visione su grande schermo ma che purtroppo sono sfuggiti. Ecco la classifica molto personale delle cinque migliori pellicole viste al cinema nell’anno appena trascorso.

01 – IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO: Svetta in prima posizione, e non poteva essere altrimenti, il capitolo finale della trilogia diretta Christopher Nolan dedicata all’uomo-pipistrello. Scene mozzafiato, grande cast ed una sceneggiatura senza sbavature per un film impossibile da dimenticare.

02 – ARGO: Film dopo film Ben Affleck consolida la sua abilità di regista e porta sullo schermo una storia vera ma poco conosciuta. Ritmo serrato e azione per una solido dramma in cui, grazie ad alcuni elementi di commedia inseriti a regola d’arte, si riesce anche a sorridere. Operazione difficile ma del tutto riuscita.

03 – HUGO CABRET: Martin Scorsese non smette di stupirci e ci regala un bellissimo fantasy adatto a tutta la famiglia. Attraverso le tecniche più moderne ed uno strabiliante 3D il regista racconta il cinema e i suoi albori, infondendo nello spettatore il senso del meraviglioso.

04 – VENUTO AL MONDO: C’è anche l’Italia in questa piccola classifica. Sergio Castellitto traduce in immagini l’omonimo libro della moglie Margaret Mazzantini. Storia drammatica, emozionante e coinvolgente con una Penelopre Cruz imbruttita, ma in stato di grazia.

05 – HOTEL TRANSYLVANIA: Come dimenticarci dei cartoon? Il film del genere occupano sempre più spazio nelle sale. Dopo tanti animali parlanti Hotel Transylvania rappresenta una bella novità nel settore, trasformando in simpatici personaggi i cattivi più temuti di sempre. Divertente e con messaggio morale allegato.

In un’annata in cui gli incassi sono stati spesso ben al di sotto delle attese, anche il livello qualitativo ha subito un considerevole calo rispetto all’anno precedente. Il 2011 era stato l’anno di film come Il discorso del re e delle strabilianti sperimentazioni di Avatar.

Registi importanti come Woody Allen e Tim Burton (rispettivamente per To Rome with love e Dark shadows) hanno, a detta di molti, deluso le aspettative.

La debacle più vistosa ha riguardato soprattutto le pellicole di casa nostra, ma va ricordato che nel 2012 il cinema italiano ha salutato il gradito e insperato ritorno dietro la macchina da presa del maestro Bernardo Bertolucci che ha diretto Io e te.

E’ stato un anno cinematografico dominato dalle donne; accanto a Christian Batman Bale, Anne Hathaway è stata una Catwoman in gran rispolvero, ben più di una semplice comprimaria. Femminile è poi la protagonista di Hunger Games, primo capitolo di una trilogia che ha sfondato ovunque meno che da noi. Grazie a due diverse pellicole (ed anche ad una serie televisiva) sono tornate prepotentemente di moda Biancaneve e la perfida matrigna. Michelle William ha riportato in vita in modo ineccepibile una delle più grandi icone del Novecento ovvero la divina Marilyn Monroe. Totalmente al femminile ed affiatato l’intero cast del bellissimo The help.

Ora tocca a voi, quali sono stati i vostri film più amati dello scorso anno?

E.T. TRENT’ANNI DA FIABA

E.T. – L’EXTRATERRESTRE

Un film di Steven Spielberg

Con Henry Thomas e Drew Barrymore

Trent’anni. Non si direbbe affatto, ma sono passati esattamente trent’anni da quando un giovane ma già affermato Steven Spielberg portava sullo schermo uno dei personaggi più amati di sempre; il tenero ed indifeso E.T., piccolo alieno lasciato per errore sulla Terra dai compagni venuti in perlustrazione sul nostro pianeta.

E.T. passa le prime ore di permanenza sulla Terra nascondendosi, sino ad arrivare nei pressi della casa del piccolo Elliott, un bimbo di 9 anni che vive con madre separata e due fratelli. Ed è proprio Elliott il primo umano con il quale E.T. entra in contatto. Lo spavento che entrambi accusano al primo incontro svanisce presto e tra i due si instaura un rapporto speciale, non una semplice amicizia basata sulla reciproca fiducia, ma una vera e propria connessione psichica che porta il bambino a “sentire” le sensazioni del tozzo e simpatico extraterrestre.

Partendo dal tema dell’accettazione del diverso Spielberg costruisce una fiaba bella, istruttiva ed appassionante, che ancora oggi, nonostante siano trascorsi ben trent’anni, non perde smalto e vitalità.

Alcune sequenze, come ad esempio il volo di E.T. con Elliot sulla bici e la luna sullo sfondo, sono pura poesia e lasciano nello spettatore quel senso del meraviglioso che è sempre più difficile provare durante la visione di un film.

Fa piacere ricordare che buona parte del merito di questa felice operazione spetta all’italiano Carlo Rambaldi, mago degli effetti speciali, purtroppo recentemente scomparso, che con le sue conoscenze in campo meccanico ed elettronico diede vita al suo capolavoro, il pupazzo meccanico di E.T., grazie al quale vinse il terzo meritato Oscar della carriera.

Altra particolarità da mettere in evidenza è la presenza nel film di una piccolissima Drew Barrymore nei panni di Gertie, la sorella minore di Elliot; all’epoca del film l’attrice aveva solo sette anni.

E.T. – L’extraterrestre resta una delle migliori opere di Steven Spielberg, certamente una pietra miliare del genere fantastico. Un film che diverte e commuove allo stesso tempo, ma soprattutto un film che fa sognare i bambini di tutte le età.

LA MAGIA AVVIENE SEMPRE.. PRIMA DELL’ALBA

PRIMA DELL’ALBA (USA, AUSTRALIA, SVIZZERA,1995)

Un film di Richard Linklater

Con Ethan Hawke e Julie Delpy

Una quindicina di anni fa, andavo forse in seconda superiore, si usava ancora registrare i film dalla televisione.. vecchio videoregistratore, vecchie videocassette.. Successe cosi’, che una notte registrai per sbaglio un canale anziché un altro e mi ritrovai a guardare Prima dell’alba, piccolo film sentimentale del 1995 diretto da Richard Linklater e interpretato da Ethan Hawke e Julie Delpy. Nonostante mancassero almeno una ventina di minuti iniziali da quella registrazione, decisi di guardalo comunque, pur non avendone mai sentito parlare, e feci bene. Ancora oggi non riesco a comprendere come mai quella pellicola mi emozioni cosi’ fortemente. La trama è semplice e racconta di due ragazzi che si conoscono per caso su un treno proveniente da Budapest, iniziano a chiacchierare e tra di loro si instaura una certa intesa, decidono di scendere insieme a Vienna per passarvi la notte prima di riprendere ognuno il proprio percorso: Jesse deve tornare in America e Celine a Parigi. La notte corre veloce, i due giovani hanno modo di raccontarsi molte cose riguardo le loro esistenze e affrontare molti temi dando la possibilità allo spettatore di perdersi nei loro ragionamenti che corrono spesso tra il filosofico e il banale. Girovagando per le strade di una Vienna intima e notturna, i due hanno modo di incontrare poeti e cartomanti, che daranno alla loro unica serata insieme, un pizzico di magia in più. Forse la loro è la storia d’amore perfetta, forse lo è perché entrambi sono consapevoli che potrà durare una sola notte. Il finale del film è aperto e non offre la possibilità allo spettatore di sapere se i due si rincontreranno in futuro oppure se le loro vite sono destinate a non incrociarsi mai più. L’amarezza mista alla nostalgia che questo finale “sospeso” provoca nel pubblico è stata spazzata via circa dieci anni più tardi da un sequel intitolato Prima del tramonto. Il regista è sempre lo stesso e gli attori anche, ma il piacere che si prova rivedendo quei personaggi ai quali ci si era cosi’ tanto affezionati svanisce quasi immediatamente di fronte ad un film in cui la magia del precedente è totalmente assente, e anche la romantica ambientazione parigina non è d’aiuto. La cosa migliore da fare di fronte a questa parziale delusione è allora tornare a vedere Prima dell’alba e perdersi insieme a Jesse e Celine tra le vie di Vienna.

LA DOLCEZZA DI UN CAMBIAMENTO

CHOCOLAT (USA, 2000)

Un film di Lasse Hallström

Con Juliette Binoche, Judi Dench, Johnny Depp e Alfred Molina

Ci sono film che con il tempo acquisiscono ulteriore fascino e bellezza rispetto a quando li abbiamo visti la prima volta; credo che questo concetto calzi a pennello anche alla pellicola diretta dal regista svedese Lasse Hallström Chocolat, che se ad una prima visione può semplicemente essere giudicata una graziosa commedia che invoglia gli spettatori a correre in una cioccolateria, diviene con il tempo e con le successive visioni un rimedio allo stress quotidiano. Guardare e riguardare Chocolat può essere infatti un ottima cura nelle giornate in cui ci sentiamo un po’ giù, perchè il film attraverso i toni della commedia ma anche della fiaba trasmette allo spettatore spensieratezza e voglia di vivere e ci fa pensare almeno per un istante “ah, come sarebbe bello se..”.

Il film si svolge nel 1959 a Lansquenet, un piccolo ed inventato paesino francese votato alla tranquilite’, formato da poche persone i cui ritmi sono dettati dalle sacre funzioni e dal sindaco, conte di Reynaud, guida spirituale e giudice della morale pubblica ancora di più del giovane e sottomesso parroco. Ma il vento del nord porta in questo paesino la dolce Vianne accompagnata dalla sua figlioletta. La donna, emancipata e poco interessata al culto religioso, pur rispettandolo, decide di affittare un vecchio negozio e aprirvi una cioccolateria proprio durante la Quaresima, scatenando quindi le ire del sindaco che metterà in atto nei loro confronti un vero e proprio boicottaggio. Ma anche grazie all’aiuto di Roux, uno zingaro musicista arrivato anch’egli nel paesello le cose iniziano ad andare per il verso giusto e molti dei morigerati e rigorosi abitanti si trovano a cambiare idea, e a vedere in quella donna particolare un amica della quale fidarsi e non una tentazione diabolica come le omelie del giovane parroco, ma scritte dal sindaco, lasciavano intendere. Alla fine tutti si ricrederanno e gli abitanti del piccolo borgo, sindaco compreso, saranno alleggeriti da questo vento di novità e troveranno la forza di accogliere il prossimo con minor diffidenza.

Ad impreziosire il film troviamo un cast di grande livello; nel ruolo della deliziosa e “spregiudicata” cioccolataia troviamo la bravissima attrice francese Juliette Binoche mentre l’anziana e malata padrona del negozio è la sempre straordinaria Judi Dench (entrambe per questo film sono state candidate all’Oscar), Johnny Depp veste i panni dell’affascinante Roux in una delle poche interpretazioni in cui è possibile vederlo senza pesantissimi trucchi sul volto, e Alfred Molina, grande attore del teatreo inglese, è il temuto e rispettato sindaco.

Accettazione del diverso e rispetto delle altrui idee sono forse i temi portanti di questo film, anche se ciò che più rimane nella mente dello spettatore sono deliziose tazze di cioccolata bollente, capezzoli di Venere e tante altre squisitezze…

LA GRANDE EPOPEA DEI TRUEBA

LA CASA DEGLI SPIRITI (Germania, Danimarca, USA, 1993)

Un film di Bille August

Con Meryl Streep, Glenn Close, Winona Ryder, Jeremy Irons e Antonio Banderas

E’ facile definire La casa degli spiriti un film poco riuscito; ciò che molti si scordano di dire è che rendere cinematografica l’omonima opera letteraria di Isabel Allende era un’operazione che di facile aveva ben poco e che il regista Bille August, pur non firmando un capolavoro ha indubbiamente fatto del suo meglio. Lo spettatore che non avendo letto il libro guarda per la prima volta questo film non lo giudica affatto poco riuscito, bensi’ ne rimane colpito, ed ha l’impressione di essere di fronte a una pellicola d’altri tempi, un melodramma in piena regola, genere che negli ultimi anni latita sempre di più.

Attorno alla grande tenuta delle “Tres Marias” si svolgono le vicende della ricca e potente famiglia Trueba; narrandone gioie e disgrazie, amori e fallimenti, si percorre cosi’ anche la storia di un paese, il Cile, partendo dagli anni venti sino ad arrivare al colpo di stato avvenuto nel 1973 che portò al potere il dittatore Pinochet.

A dare volto ai personaggi di questa grande e spettacolare saga familiare troviamo un cast di prim’ordine formato da Meryl Streep, Jeremy Irons, Glenn Close e da due giovani molto promettenti: Antonio Banderas e Winona Ryder. In un cast di stelle di prima grandezza merita però una menzione speciale una superba Glenn Close, capace di rendere indimenticabile la sua interpretazione di donna infelice, irrimediabilmente sola che vive reprimendo qualsiasi tipo di sentimento.

Il romanzo della Allende è un’esperienza unica destinata a rimanere nel cuore dei lettori; forse è proprio per questo motivo che soprattutto la critica non ha apprezzato i pur notevoli sforzi del regista Bille August di tramutare in immagini le suggestioni e le atmosfere di quel testo memorabile.

LA LEGGENDA SENZA TEMPO DI TORNATORE

LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO (Italia, 1998)

Un film di Giuseppe Tornatore

Con Tim Roth e Pruitt Taylor Vince

Nato nel 1994 come monologo teatrale dalla penna del noto autore torinese Alessandro Baricco, il personaggio di Novecento, viene portato sul grande schermo nel 1998 da Giuseppe Tornatore, che intorno a quel testo affascinante costruisce un film epico e straordinario, forse uno dei più belli della sua carriera, La leggenda del pianista sull’oceano.

La straordinaria storia di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento inizia quando, ancora neonato, viene trovato abbandonato a bordo del grande transatlantico “Virginian”; il ritrovamento avviene da parte di un marinaio di colore che decide di adottarlo e fargli da padre dandogli tra i vari nomi anche quello di “Novecento”; la scoperta del piccolo infatti avviene durante il primo mese del primo anno del secolo scorso. Un ritrovamento straordinario destinato a cambiare la vita all’interno di quel piccolo grande mondo chiamato “Virginian”; il piccolo Novecento cresce amato e coccolato da tutti coloro che prestano servizio sul transatlantico divenendo una sorta di mascotte. Il giorno in cui il marinaio di colore che aveva amato e protetto il trovatello fino a quel momento muore a causa di un grave incidente lavorativo, il piccolo, orfano di fatto per la seconda volta, decide di scomparire rintanandosi nelle viscere della nave, per poi ricomparire qualche giorno dopo facendo svegliare tutti nel cuore della notte, con la straordinaria musica che con estrema naturalezza, suonava utilizzando il pianoforte. Nessuno sapeva come il piccolo avesse imparato a suonare cosi’ magnificamente e del resto nessuno mai aveva impartito a Novecento lezioni di pianoforte. Si trattava evidentemente di un dono, un innato e unico talento che lo fece diventare in breve tempo uno dei più grandi musicisti di pianoforte del mondo. Anno dopo anno la fama di Novecento si propaga estendendosi oltre i confini del mare e raggiungendo la terraferma; tutti coloro che salivano su quella nave rimanevano stupefatti da quel bravissimo musicista, nato e cresciuto su quella nave senza mai voler mettere piede a terra.; ed è proprio questo aspetto che rende il soggetto del film ancora più affascinante ed originale. Novecento aveva trovato un metodo tutto suo per capire come era fatto il mondo e ci dimostra che per conoscerlo non occorre girarlo a destra e a manca; lui il mondo lo osservava attraverso gli occhi di tutti i passeggeri che salivano a bordo di quella nave. Fu tentato molte volte di scendere a terra, staccandosi cosi’ da quel piccolo microcosmo in cui era nato e vissuto, ma non riuscii mai a farlo; il mondo, al di fuori del “Virginian” lo spaventava, era troppo grande, troppo immenso, “non si riesce a vederne la fine”..

Per un personaggio cosi’ straordinario Giuseppe Tornatore ha scelto un attore altrettanto straordinario, il sottovalutato Tim Roth, che ora lavora soprattutto per il piccolo schermo. Al suo fianco troviamo Pruitt Taylor Vince che interpreta un simpatico e sensibile trombettista chiamato a suonare sul Virginian, col quale Novecento instaura l’amicizia più forte ed importante della sua vita. La musica, altro aspetto fondamentale del film, non poteva che essere firmata da colui che possiamo definire il più grande compositore di colonne sonore esistente al mondo, il genio Ennio Morricone.

Sono molte le scene da antologia presenti all’interno di quest’opera, scene indimenticabili, come ad esempio quella della danza del pianoforte durante la tempesta, scene spesso toccanti e commoventi.

La leggenda del pianista sull’oceano è una pellicola emozionante e bellissima in cui lo splendore delle immagini si unisce alla bellezza della musica, per raccontare una storia dal sapore magico e senza tempo. Terminata la visione del film ci resta come un senso di nostalgia, una piacevole nostalgia..

UN NUOVO POSTO PER PAOLO

THIS MUST BE THE PLACE (ITALIA, FRANCIA, IRLANDA, 2011)

Un film di Paolo Sorrentino con Sean Penn

Non capita spesso che il cinema d’autore europeo incontri lo sfavillante star-system hollywoodiano, ma quando succede i risultati possono essere eccellenti, talvolta persino sorprendenti. Sorprendente è per l’appunto l’aggettivo che meglio descrive il quinto film del regista partenopeo Paolo Sorrentino, This must be the place.

Protagonista assoluto e indiscusso di questa pellicola è Sean Penn, magistrale interprete di un personaggio tanto bizzaro quanto indimenticabile, la rockstar Cheyenne, da molti anni ritiratosi dalle scene. La prima parte del film racconta l’attuale vita del protagonista che, a cinquant’anni suonati, si veste e si trucca come nell’epoca d’oro in cui era una cantante di successo (Penn per il look ha tratto ispirazione da Robert Smith, leader dei The Cure) . A Dublino, in una villa dotata di ogni comfort, Chayenne vive con la moglie, l’unica persona che sembra in grado di potergli donare un po’ di serenità; estraniato dal mondo passa le sue giornate tra una partita di pelota con la sua amatissima compagna e delle passeggiate al centro commerciale. Ma questa monotonia è destinata ad essere spezzata; la morte del padre, col quale aveva interrotto da trent’anni qualsiasi tipo di rapporto, costringe Cheyenne a tornare a New York. La perdita di una persona cara, per quanto i rapporti siano nel tempo divenuti nulli, è un’evento che non lascia indifferenti e la scoperta che il genitore fosse da anni sulle tracce di un criminale nazista colpevole di averlo umiliato in un campo di concentramento porta Chayenne a proseguire le ricerche iniziate dal padre. E qui inizia la seconda parte del film, che diviene cosi’ un vero e proprio road-movie in cui Chayenne vaga per l’America incontrando moltissime persone, entrando nelle loro vite e forse cambiandole. La ricerca di un criminale nazista diviene l’occasione per Chayenne di ritrovare se stesso e di dare un nuovo senso alla sua esistenza. Cosi’ come è ben delineato e perfettamente costruito il personaggio principale, anche per i ruoli secondari è stato fatto un ottimo lavoro; uno in fila all’altro ecco sfilare sullo schermo una galleria estremamente variegata di esistenze, ognuna delle quali in grado di insegnarci qualcosa, farci riflettere, strapparci un sorriso o una lacrima.

Anche la colonna sonora costituisce uno dei punti di forza del film; Sorrentino, già dal titolo del film, This must be the place, rende omaggio alla famosa canzone dei Talking Heads, e l’ex-leader del gruppo David Byrne, ringrazia partecipando al film in un piccolo cameo nei panni di se stesso. Altra piccola curiosità è la partecipazione al film di Eve Hewson, figlia di Bono Vox degli U2.

A conti fatti la trasferta americana di Paolo Sorrentino risulta quindi perfettamente riuscita e chissà se dopo l’assenza di riconoscimenti al festival di Cannes, si potrà parlare di Oscar..

UN CUORE SACRO IN OGNUNO DI NOI

CUORE SACRO (ITALIA, 2005)

Un film di Ferzan Ozpetek

Con Barbora Bobulova

La filmografia di Ferzan Ozpetek, regista di nazionalità turca che lavora però a tempo pieno in Italia, è finora composta da otto film. Escludendo le prime due pellicole, “Hamam-Il bagno turco” (1997) e “Harem suarè” (1999), che servirono più che altro al regista per farsi conoscere dal grande pubblico, le altre sue opere hanno sempre trovato un riscontro positivo al botteghino, tranne una; il quinto film del regista, Cuore sacro, uscito nelle sale italiane nel 2005 può essere in effetti definito un flop. Gli incassi superarono di poco i tre milioni di euro, molto meno rispetto agli ottimi risultati dei precedenti film; “La finestra di fronte” superò i dieci milioni di euro e “Le fate ignoranti” raggiunse quasi la vetta dei quindici milioni. Quali le ragioni dell’abbandono? Una fuga cosi’ massiccia di spettatori potrebbe far pensare a delle gravi carenze riscontrate in questo film. Eppure, guardando e riguardando Cuore sacro, tali mancanze risultano difficili da scovare. Forse, il motivo principale di tale insuccesso, è il fatto che il pubblico è rimasto spiazzato da un film totalmente diverso dai precedenti, in cui Ozpetek non solo abbandona i toni della commedia, ma abbandona anche i temi a lui più cari, come l’omosessualità e l’amicizia.

Cuore sacro è la storia di un’imprenditrice di successo, Irene Ravelli, e del suo incontro con Beny, una straordinaria e particolare bambina, grazie alla quale intraprenderà un viaggio alla scoperta della povertà che regna ai margini della città. La donna distaccandosi sempre più dal mondo degli affari viene a conoscenza di luoghi e persone che fino a prima non aveva mai preso in considerazione. Un viaggio mistico ed affascinante che si rivelerà presto essere anche molto pericoloso, un viaggio che la porterà ad esercitare un’altruismo estremo spingendola sino alla soglia della follia. Questo cambiamento radicale di stile di vita viene espresso soprattutto in una scena struggente e simbolica, quando la protagonista, interpretata da una bravissima Barbora Bobulova, scendendo i gradini della metropolitana inizia a levarsi di dosso dapprima gli oggetti più preziosi come anelli ed orecchini per regalarli ai mendicanti, per poi svestirsi completamente rimanendo nuda nelle gallerie affollate della metropolitana, come un novello e femminile San Francesco.

E’ un film delicato Cuore Sacro, per la cui visione occorre la giusta predisposizione di spirito, un film nel quale i molti pregi rischiano facilmente di essere scambiati per difetti; non è un caso infatti che oltre all’insuccesso di pubblico anche la critica in molti casi non abbia risparmiato quest’opera.

Cuore sacro è un film che parla di molte cose, di cambiamenti, di spiritualità, di emarginazione. Ed è emozionante accompagnare la protagonista nel suo percorso di conoscenza, cullati dalle note della bellissima colonna sonora firmata da Andrea Guerra.

Forse è vero che ognuno di noi ha due cuori, uno è quello che conosciamo tutti e che ci permette di vivere, l’altro cuore è quello sacro, un cuore nascosto di cui dovremmo prendere coscienza, iniziando ad ascoltarne i battiti.